La radiologia odontoiatrica funziona bene solo quando risponde a una domanda clinica precisa. Il principio ALARA serve proprio a questo: mantenere l’esposizione alle radiazioni il più bassa possibile senza perdere il dettaglio diagnostico utile per leggere carie, radici, osso, canali mandibolari, seni mascellari e rapporti anatomici importanti per la terapia. Qui chiarisco quando un esame è davvero giustificato, quali immagini usare nei casi più comuni e quali accorgimenti pratici fanno la differenza nella dose.
I punti che contano prima di prescrivere o eseguire un esame radiologico
- Non significa zero radiazioni, ma dose minima compatibile con una diagnosi utile.
- La scelta corretta parte da anamnesi, visita clinica e revisione delle immagini già disponibili.
- In odontoiatria esistono esami molto diversi tra loro: intraorali, panoramica, teleradiografia e CBCT.
- La dose cresce soprattutto quando il campo è troppo ampio, l’immagine va ripetuta o si usa il 3D senza reale bisogno.
- Nei pazienti a rischio carie, il controllo con bitewing non segue un calendario fisso ma il rischio clinico.
- Le linee guida nazionali e internazionali puntano tutte su una logica semplice: esame mirato, non automatico.
Che cosa significa davvero in odontoiatria
Io leggo l’ALARA come una regola di buon senso clinico, non come un divieto. Prima di esporre il paziente, devo chiedermi se l’esame cambia davvero la diagnosi, se modifica il piano di trattamento e se esiste un’alternativa meno esposta che mi dà comunque abbastanza informazione.
In pratica, il ragionamento si regge su tre passaggi: giustificazione, ottimizzazione e limitazione della dose. Il primo punto è il più importante: se l’immagine non aggiunge nulla, non la prescrivo. Il secondo riguarda la tecnica, cioè come faccio l’esame. Il terzo mi ricorda che non devo mai ampliare campo, tempi o ripetizioni oltre il necessario.
Questo vale ancora di più in odontoiatria, dove molte decisioni si prendono su dettagli minuti: una lesione apicale, una carie interprossimale, un rapporto con il seno mascellare, la posizione di un terzo molare incluso. Se sbaglio esame, spesso non risparmio davvero nulla: ottengo solo un’immagine meno utile e, paradossalmente, rischio di doverla ripetere. Da qui conviene passare al punto più pratico: quando l’esame è davvero giustificato.
Quando la richiesta è davvero giustificata
Io considero giustificata una radiografia quando l’esame risponde a un quesito preciso che non si risolve con la sola visita. È il caso, per esempio, del dolore localizzato, del sospetto di una lesione periapicale, della valutazione endodontica, della perdita ossea parodontale, del controllo di denti inclusi, della pianificazione implantare o della valutazione ortodontica.Molto più debole è la richiesta fatta “per sicurezza” senza una domanda clinica. Anche le immagini di controllo vanno ragionate: una panoramica ripetuta ogni anno senza un motivo concreto, per esempio, raramente è la scelta migliore. Le raccomandazioni odontoiatriche internazionali usano spesso intervalli di 24-36 mesi per i bitewing nei pazienti a basso rischio, ma nei pazienti con carie attiva o rischio elevato la tempistica può essere più ravvicinata. Qui non conta il calendario: conta il rischio reale.
Le domande che mi faccio prima di autorizzare un esame sono semplici:
- Che cosa voglio vedere esattamente?
- La risposta può cambiare il trattamento?
- Ho già immagini recenti che bastano?
- Posso ottenere la stessa informazione con un esame più mirato?
Quando rispondo con chiarezza a queste domande, la richiesta è molto più solida. E a quel punto ha senso scegliere l’esame più adatto tra le opzioni disponibili.

Le immagini principali con cui studio denti e ossa
In diagnostica odontoiatrica non esiste un esame “migliore” in assoluto. Esiste l’esame più adatto al quesito clinico e all’anatomia che devo leggere. Quando osservo un’immagine, cerco soprattutto rapporti tra apici radicolari, corticale alveolare, canale mandibolare, seno mascellare, denti inclusi e strutture parodontali.
| Esame | Cosa mostra bene | Quando lo considero | Dose effettiva tipica |
|---|---|---|---|
| Intraorale endorale o periapicale | Apici, carie localizzate, lesioni periapicali, endodonzia | Dolore localizzato, controllo di una cura canalare, sospetto di infezione radicolare | Circa 1-8 µSv |
| Bitewing | Carie interprossimali e livello osseo crestale | Valutazione del rischio carie e supporto alla diagnosi parodontale | Pochi µSv, all’interno del range intraorale |
| Panoramica | Visione d’insieme di arcate, terzi molari, denti inclusi, grossi quadri ossei | Prima valutazione, chirurgia orale, ortodonzia, controllo generale | Circa 4-30 µSv |
| Teleradiografia laterale | Rapporti cranio-facciali e scheletrici | Analisi cefalometrica in ortodonzia | Circa 2-3 µSv |
| CBCT piccolo o medio | Anatomia 3D, canali, seno mascellare, impianti, rapporti spaziali complessi | Endodonzia selezionata, implantologia, denti inclusi complessi, chirurgia mirata | Fino a circa 50 µSv |
| CBCT di volume ampio | Quadri estesi, patologia complessa, valutazioni tridimensionali più ampie | Solo se il volume piccolo non basta davvero | Intorno a 100 µSv |
L’IAEA riporta questi ordini di grandezza come valori tipici: sono utili per capire le differenze tra gli esami, ma non sono numeri fissi. La dose cambia con macchina, campo di vista, parametri tecnici e dimensioni del paziente. Il messaggio pratico, però, resta netto: il 3D va scelto quando serve davvero, non per default.
Questa distinzione è il cuore della diagnostica moderna. Se ho bisogno di un dettaglio locale, l’intraorale spesso basta; se devo leggere una geometria più complessa, il CBCT può essere utile, ma solo con un volume stretto e motivato. Da qui si passa al punto che, nella pratica, fa davvero scendere la dose: come viene eseguito l’esame.
Come riduco la dose senza perdere informazione utile
La qualità radiologica non dipende solo dal tipo di esame, ma da come lo faccio. Io parto da una regola semplice: una buona immagine è quella che non devo rifare. Ogni ripetizione inutile aggiunge dose senza aggiungere diagnosi.
| Strategia | Perché aiuta | Errore da evitare |
|---|---|---|
| Usare immagini già disponibili | Evita duplicazioni e riduce esposizioni inutili | Ripetere un esame solo perché il file precedente non è stato recuperato |
| Preferire sensori digitali o sistemi più sensibili | Consente in genere una tecnica più efficiente e meno margine di errore | Lavorare con protocolli obsoleti o non calibrati |
| Limitare il fascio e il campo di vista | Concentra l’esposizione solo sulla zona utile | Usare un volume troppo ampio “per stare tranquilli” |
| Tarare il protocollo su età e dimensioni del paziente | Riduce sovraesposizione e migliora il bilanciamento diagnostico | Usare parametri standard identici per tutti |
| Curare la centratura e il posizionamento | Diminuisce immagini mosse, tagliate o inutilizzabili | Accettare una geometria scadente e poi rifare l’esame |
| Interpretare l’immagine fino in fondo | Evita richieste aggiuntive non necessarie | Fermarsi al reperto principale e ignorare il resto |
In studio, questo si traduce in un comportamento molto concreto: prima scelgo bene, poi eseguo bene, infine leggo bene. Le raccomandazioni nazionali del Ministero della Salute per la diagnostica radiologica odontoiatrica vanno nella stessa direzione, soprattutto quando l’imaging 3D deve essere il più mirato possibile. Una radiografia fatta bene vale più di due radiografie fatte in fretta.
Quando questi passaggi sono solidi, la dose si contiene senza sacrificare la qualità diagnostica. Restano però alcune situazioni in cui la prudenza deve salire ancora di livello.
Nelle situazioni sensibili la precisione vale doppio
Ci sono contesti in cui non mi basta applicare una regola generica. Devo essere più selettivo, perché il margine di utilità clinica e il margine di sicurezza devono restare entrambi molto chiari.
- Bambini e adolescenti: l’esame va scelto con ancora più attenzione, perché i tessuti sono più sensibili e la crescita rende inutile qualsiasi volume eccessivo.
- Gravidanza: non trasformo la presenza di una gravidanza in un automatismo di rinuncia, ma prescrivo solo quando l’informazione è davvero necessaria e con protocollo dedicato.
- Follow-up frequenti: nei controlli ripetuti, il rischio principale è la routine cieca. Se la domanda clinica non è cambiata, spesso non serve ripetere tutto.
- CBCT pre-implantare o endodontico: il campo deve essere il più piccolo possibile, perché il salto di dose si paga soprattutto quando il volume diventa troppo ampio.
- Personale di studio: la protezione si gioca su distanza, schermatura e corretto utilizzo dei protocolli, soprattutto quando si lavora con apparecchiature 3D.
Qui la logica non cambia, ma si fa più rigorosa: più il caso è delicato, più devo evitare l’abitudine e lavorare sulla precisione. E questo mi porta all’ultimo passaggio, quello che uso come controllo finale prima di firmare o eseguire una richiesta.
Le tre domande che mi faccio prima di firmare una radiografia
Quando devo decidere in pochi secondi, torno sempre a tre domande secche. La prima: questa immagine cambia davvero qualcosa? Se la risposta è no, mi fermo. La seconda: esiste un esame meno esposto che risolve lo stesso problema? Se sì, scelgo quello. La terza: posso restringere ancora il campo, migliorare il posizionamento o usare un protocollo più adatto? Se posso, lo faccio.
È questo, alla fine, il modo più pulito per applicare l’ALARA in odontoiatria: non cercare l’esame perfetto in astratto, ma l’esame giusto per quel paziente, in quel momento, con quella domanda clinica. Se tengo fermo questo criterio, proteggo il paziente, preservo la qualità diagnostica e lavoro con una radioprotezione davvero sensata.